Per affrontare le dune del Sahara, occorrono mezzi adeguati e molta prudenza, perché esiste il rischio anche sugli itinerari più battuti
Cosa c’entra il Sahara con questa storia che sto per raccontarvi? Partiamo dall’inizio, da quel vagabondare ozioso in cerca di ispirazione a cui spesso ci si lascia pigramente andare quando la vita diventa foglio bianco, musica da comporre, contenitore vuoto e aperto a tutto. Si esce di casa, camminando senza meta qua e là, e si entra in un luogo qualsiasi a fare qualcosa – senza per forza sapere che cosa – finendo poi per ritrovarsi metaforicamente da tutt’altra parte, a percorrere strade che condurranno, quasi di certo, dal lato opposto a dove ci si trova. Si seguono gli “indizi”, le cosiddette “briciole di Pollicino”, da raccogliere una dopo l’altra, in fila verso l’ignoto. Ci avete capito qualcosa? Allora vi spiego meglio.
Vigilia di Natale 2025. Fa freddo, molto freddo. E a casa non so stare: la noia sta prendendo irrimediabilmente il sopravvento. Decido allora di fare una passeggiata tra le vie del centro storico di Alba, città fibrillante, per l’occasione, di luci e meraviglie, cascate di cioccolata calda e regali dell’ultimo minuto. Mi infilo nella mia libreria preferita, la “Milton“, un ricettacolo di profumi antichi e suggestioni altrove scomparse tra le quali aggirarsi senza meta, come piace a me, zigzagando tra pile di libri che, come colonne di antichi templi, si innalzano dal pavimento a indicare la retta via.
Sarò rimasta immersa in questo antro fabulistico dalle mille e uno meraviglie per più di un’ora. Ma senza successo. Ho sfogliato volumi, letto quarte di copertina, scorso i più improbabili titoli, viaggiato in rotta verso mondi inesistenti e congetture senza direzione, immaginando l’irraggiungibile, sorvolando stringhe di parole immobili e sognando un altrove dal sapore infinito, vecchio almeno quanto la gobba del mondo.
Quand’ecco che, avviandomi verso l’uscita, noto un’ultima serie di libri che, accatastati alla rinfusa lungo gli scalini, mi era del tutto sfuggita di mano. Mi chino e riprendo a scavare. Risorge così dall’annosa polvere del dimenticatoio un libro ad oggi non più stampato e ormai del tutto introvabile. Intrigante il titolo: “Una Jeep nel Sahara”, edito dall’Istituto Geografico De Agostini nel 1965. L’autrice è tale Barbara Toy, viaggiatrice australiana al volante del proprio poderoso mezzo – per l’appunto una jeep – tra Africa e Medio Oriente. È un racconto che si svolge su due piani. Il primo è quasi scientifico: provare che, nell’età della pietra, attraverso quest’immenso deserto nordafricano, passava una grande strada che, dalla mediterranea Sirte, portava al Niger. Il secondo, invece, è narrare le peripezie di una spedizione “individuale“, comunicando al lettore una somma di esperienze e di ricordi dove il normale e l’eccezionale si mescolano senza soluzione di continuità.


Ma la storia non finisce qui. Apro il libro e scopro, tra le sue pagine ingiallite, alcuni curiosi fogli accuratamente piegati. In primis, una ricevuta di cambio valuta (30.000 lire verso 240,30 dirham marocchini) effettuata a Ceuta il 31 luglio 1968 da un tizio di nome Armando Cassardo. In seconda battuta, invece, due ritagli di giornale, di cui uno che contiene un lungo servizio firmato dal giornalista Aldo Vitè e intitolato “Come salvarsi dalle insidie nell’immensità del Sahara”. Avvinta, lo leggo. E inevitabilmente acquisto il libro. Capitano, abbiamo una rotta!
L’articolo dello sconosciuto giornale – ancora attuale
Agades, 25 marzo 1974.
La stagione turistica sahariana sta per finire. In aprile, avranno inizio le grandi piogge dell’Africa Centrale e il deserto sarà spazzato da venti tempestosi ai quali seguirà il caldo torrido. Il flusso dei visitatori tuttavia sarà frenato soltanto in parte. L’epoca meno propizia, per viaggiare attraverso il Sahara, coincide con le nostre grandi vacanze. Proprio in questa stagione, sono molti quelli che non resistono alla tentazione di approfittarne, per spingersi in questo sterminato subcontinente, più ricco di affascinanti attrattive di quanto non si immagini.
Dopo la tragedia dei quattro milanesi, morti di sete a 70 km dalla pista, sulla quale si erano avventurati con un solo veicolo, si deve ancora una volta ricordare che il Sahara non va preso alla leggera, sottovalutando la forza della sua immensità. Per affrontare il deserto con sicurezza, infatti, occorrono mezzi adeguati e prudenza. Il rischio di perdere automezzi o addirittura la vita (anche su itinerari battuti come quello Tamanrasset – Agades, che è stato fatale ai milanesi) esiste sempre. La cosa migliore è affidarsi alle organizzazioni locali o straniere, dirette da specialisti che conoscono tutti i segreti e le insidie del deserto, e dispongono di attrezzature idonee e di basi di rifornimento nei punti critici.
Ad Agades, nel Niger, la porta meridionale del Sahara, si è stabilito da qualche tempo l’unico italiano che svolga questa attività: Vittorio Gioni, un romano al quale il “mal d’Africa” ha fatto abbandonare una fortunata carriera in banca. Negli anni passati, ha conosciuto tutte le zone di maggior interesse del Grande Sud algerino, guidando con pieno successo decine di spedizioni turistiche dai monti dell’Hoggar all’incredibile pinacoteca preistorica del Tassili degli Aggier. Ora si dedica, con identica passione, all’immensa fetta di Sahara giacente nella Repubblica del Niger, ricca anch’essa di eccezionali motivi di richiamo, tra i quali primeggiano i superbi monti dell’Air, il misterioso altopiano di Giado e il Teneré, il “deserto dei deserti”, con i suoi fossili di milioni di anni fa e gli immensi giacimenti paleolitici.
Per quanto possa sembrare incredibile, queste zone a poche ore di volo dall’Europa sono ancora in buona parte inesplorate. Le carte geografiche, anche militari, quando esistono, sono vaghe, mancano di riferimenti precisi. Gioni ha risolto il problema facendosi le mappe da sé. Di tanto in tanto, va a Niamey, la capitale, e torna con le aerofotografie scattate durante le ricerche minerarie avviate in modo intenso anche in questa parte di Africa. Poi, quando il lavoro glielo permette, parte con il fido Abdullhay, che collabora con lui da anni, e un paio di Land Rover. Va nella “brousse”, come dicono da queste parti, e ci resta anche a lungo per studiare il terreno e tracciare itinerari dove non è mai passato nemmeno un cammelliere, cercando varchi transitabili fra rocce e catene di dune.
Sotto la guida di specialisti, in verità tutt’altro che numerosi, soprattutto per la passione che li anima e che sanno trasfondere negli altri, il Sahara può essere affrontato senza timori. Quando uno di questi specialisti, per esempio, decide di cambiare direzione, si può esser certi che ha intuito l’esistenza di sabbie molli, il terribile “fesc-fesc”, intrappolarsi nelle quali con i veicoli può significare quanto meno spreco di tempo e di benzina. Se ordina di fare il campo prima del previsto, vuol dire che ha “fiutato” una tempesta di sabbia, oppure che proseguire la marcia espone al rischio di finire su terreni da cui, al rapido calare della notte tropicale, è difficile districarsi. Ogni buon sahariano sa decidere nel momento giusto e mai sfida il deserto.
Significativo, a questo proposito, ciò che è avvenuto qualche giorno fa, mentre facevamo con Gioni, nel Teneré, la difficile traversata dei 200 km di dune che separano l’oasi di Fachi da quella di Bilma. In quel tratto di deserto – stupendo e dai colori irreali – ogni traccia è rapidamente cancellata dalla sabbia, sospinta dal vento quasi costante. Di piste, o segnali di riferimento, perciò, neanche da parlarne: si procede in base alle indicazioni della bussola. Due giorni dopo aver lasciato Fachi, davanti a noi, a oriente, avvistammo all’orizzonte la sottile linea scura della falesia del Kawar, ai piedi della quale vi è Bilma, dove ci attendevano acqua e carburante. A quel punto, ci accorgemmo che il vallone di sabbia in cui viaggiavamo piegava verso Sud, portando lontano dall’oasi, in zone in cui nessuno si è mai avventurato.
Un altro avrebbe tentato di puntare direttamente verso la meta, rischiando di insabbiarsi chissà quante volte, o addirittura di rovesciarsi con il veicolo, lungo i ripidi pendii della parte sottovento delle dune. Gioni, no. Fece un paio di puntate con la sua Land Rover alla ricerca di un varco, ma senza molta convinzione perché già sapeva come trarci di impaccio (eravamo in 16, su quattro veicoli, comprese alcune donne che, pur essendo tutte veterane del Sahara, cominciavano a tradire una certa inquietudine). Quindi ci ordinò via radio di fare dietro-front e seguirlo.
Percorremmo a ritroso più di 50 km sulle tracce appena lasciate, finché potemmo uscire dal vallone, imboccare quello giusto e arrivare in poche ore all’oasi. All’occhio attento della nostra guida, durante tutto il tragitto, non era sfuggita alcuna particolarità del terreno, compreso il varco per abbandonare il corridoio fra le sabbie che poteva trasformarsi in una trappola micidiale. È questa un’avventura di poco conto, ma ha una sua morale. Il Sahara esige anche umiltà. Guai a chi cede all’orgoglio e non sa rinunciare.
