La sensazione è quella di assistere improvvisamente al sollevarsi di una visione, tra cavalieri in fuga, stregoni a fragori di battaglie. Il cinquecentesco castello di La Calahorra, in piena Andalusia, è un libro che va sfogliato con ardore, come se, tra le sue mura, vi fossero rinchiusi una dama da salvare o un feroce avversario da sconfiggere. Questa fortezza sembra il frutto di un’allucinazione. O forse lo è, stagliata contro quello scudo di montagne invalicabili e perennemente incappucciate di neve. Si erge in tutta la sua quadrata possanza in cima a una collina, dominando anche l’”indominabile”. Al suo cospetto, non resta che fare silenzio. Non starò qui ad incensarvi con la storia del maniero – a parte dirvi che, a volerlo, fu tale Rodrigo Díaz de Vivar y Mendoza (nome più lungo non ve ne era) e che, nelle sue segrete, venivano rinchiusi temibili pirati moreschi. Pur essendo un edificio spagnolo, ideato da un architetto italiano e con una corte interna rinascimentale, il castello di La Calahorra resta un luogo fuori dal tempo, capitato qui per sbaglio o riemerso irriverente dalle sabbie mutevoli dei secoli. Con quel suo aspetto tozzo e giocoso, le tonde torri e le innumerevoli balestriere a imbuto dirottate verso il nemico, ha il potere di riportare alla memoria le suggestioni irreali di una lontana Persia, dove tutto è narrazione, fabula, mito. Potrebbe essere una delle tante roccaforti di difesa in mano alla setta degli assassini: ne ha la foggia, ne possiede il carisma. Basta guardare oltre, lungo quell’ampia pianura giallastra, nuda e drammatica, circondata da rugose montagne color ocra, a loro volta ornate da una linea verde scuro come inchiostro versato da un calamaio – l’oasi del fiume Guadix. Difficile trovare un castello che faccia sentire così piccoli e dispersi. Le sue dimensioni pesano: sul petto e negli occhi. Ora null’altro ho più da dirvi, se non: andateci, godete e non abbiate fretta di ritornare.