Guardatevi le spalle, perché state entrando nel cuore medievale di Tricarico, in quel piccolo labirinto di pietra, misteri e storia che è il quartiere della Rabata. Filigranato di strette vie tra loro annodate, deve le sue lontane origini ai sempre temibili Saraceni, che qui giunsero nell’838, guidati dal re Bomar, a fare di queste pendici il proprio fortilizio.
Curiose le abitazioni: rettangolari e robuste, si adattano al pendio, addossandosi alla roccia, con un’unica porta e un’apertura di fuga, tributo alla semplicità e alla difesa. E se notate un piccolo foro nel tetto, nulla di insolito: è il “cirnale”, che filtra la luce e il fumo, piccolo miracolo di ingegno popolare.
Nel 1952, il giro di boa. L’etnologo Ernesto de Martino varcò le soglie di Tricarico, affiancato dal poeta Rocco Scotellaro e dal fotografo Arturo Zavattini, per raccogliere il passato (che, alla fine, non passa mai del tutto), sotto forma di canti popolari – accompagnati da tamburello e cuba-cuba – di immagini in bianco e nero e di parole, quelle del dialetto e dell’umore, a raccontare una vita dura, ma vibrante, in cui uomini e animali coabitano in un intreccio di quotidianità e affetto, tradizione e lotta, resistenza e dignità.
Un borgo nel borgo, quindi, quello di Rabata, appeso al lume del tempo, dove ogni pietra, gradino o angolo è custode di ricordi che non smettono di tessere le loro nostalgie. Qui convivino caos e poesia, luce e tenebre, silenzi e antiche voci. Qui, la storia del Sud Italia la si può ancora toccare con mano. E stringere forte. Un viaggio dell’anima, nell’anima, per l’anima.
Parola d’ordine: perdersi. Senza voltarsi, senza pregiudizi, senza aspettative. Seguendo il vento, l’istinto, le voci. Voci di coloro che purtroppo non ci sono più. Le case sono per la maggior parte abbandonate e navigano alla deriva come tante barche senza timoniere: le vele ammainate, la prua cieca e in eterna attesa di un capitano che chissà se mai fin qui un giorno arriverà…