Dola: la memoria che sopravvive

La testimonianza di un sopravvissuto al massacro nazista di Dola, del 7 giugno 1943, uno dei crimini più gravi contro i civili in Montenegro

Durante il mio viaggio nel profondo Montenegro alla ricerca dei monumenti brutalisti dell’era Tito, mi imbatto in un’opera che, molto più delle altre, trascende l’arte e diventa messaggio, parlando anche agli ignari. È il Memorial Dola, collocato nell’abbraccio verde delle montagne, circondato dal silenzio, perennemente cullato dal vento. Mi sono fermata in questo luogo ben oltre il tempo che avevo a disposizione: volevo che la terra esalasse le sue sillabe di dolore, che l’energia del “qui e ora” mi travolgesse attraversandomi il cuore, il solo modo di viaggiare che io conosca. E così è stato.

Il racconto

È il 7 giugno 1943, e tra le montagne della regione di Piva, centinaia di civili trovarono la morte in uno dei massacri più brutali della Seconda guerra mondiale. Quel giorno, sotto le conifere e tra rifugi improvvisati chiamati katun, intere famiglie cercarono invano di sopravvivere alla quinta offensiva nemica, parte della più ampia Operazione Schwarz. E ciò che iniziò come un ordine apparentemente innocuo si trasformò rapidamente in una veloce condanna a morte.

Le truppe tedesche della 7ª Divisione SS “Prinz Eugen”, insieme alle forze ustascia, avanzarono attraverso le montagne con un piano preciso: non uccidere, ma promettere sicurezza. Dissero infatti alla popolazione nascosta che nulla sarebbe accaduto loro. Assicurarono che sarebbero stati registrati, fotografati e poi autorizzati a tornare alle loro case e ai lavori agricoli. Attirarono persino i bambini con delle caramelle. Ciò nonostante, tra la gente cresceva il disagio. Alcuni intuivano il pericolo, ma avevano poche alternative. Circondati e senza vie di fuga, furono costretti a obbedire. E così, una lunga colonna di uomini, donne, bambini e bestiame iniziò a muoversi lentamente verso Dola.

La processione avanzava tra il caos e la paura. Le pecore belavano, i bovini muggivano, i cavalli nitrivano e, tra loro, le grida dei bambini. Come quelle di Tadija, un bimbo di dieci anni che, nel parapiglia, perse la madre e i fratelli: suo padre lo rassicurò, promettendo che li avrebbero ritrovati.

Una volta arrivati a Dola, i soldati separarono uomini, donne e bambini. Poi iniziarono gli spari. Le mitragliatrici falciarono la folla. Le urla riempirono la valle. I bambini furono uccisi davanti ai genitori. I feriti vennero finiti con colpi alla testa. I corpi vennero poi trascinati e gettati in fosse comuni, ricoperti di pietre e terra. Più di 500 civili furono uccisi quel giorno. Intere famiglie scomparvero: la famiglia Blagojević perse 265 membri; famiglia Dikanović ne perse 47. Alcuni villaggi non ebbero più sopravvissuti.

Miloš Glomazić, il sopravvissuto che raccontò la verità

Solo pochi riuscirono a salvarsi. Tra loro c’era Miloš Glomazić. Ferito durante un tentativo di fuga, riuscì a nascondersi in un boschetto e, da lì, vide la distruzione completa della sua comunità. Fu lui a raccontare al mondo cosa accadde a Dola. La sua testimonianza rimane una delle prove più importanti di quel crimine.

Il ritorno di Dimitrije Dikanović

Dimitrije Dikanović, approfittando di un momento di distrazione, riuscì a fuggire e si nascose su una collina, da dove assistette impotente al destino della sua famiglia. Trascorse i giorni successivi al massacro a cercare tra i corpi dei suoi familiari: sua moglie, i suoi figli, sua nuora incinta, i suoi nipoti. L’odore della morte era ovunque. Portò il corpo di suo fratello Malisa e lo seppellì nel villaggio natale. Ma il resto della sua famiglia rimase nella fossa comune. Non si perdonò mai di essere sopravvissuto. Per anni vestì di nero. Non cantò più. Non ballò più. Un giorno, ormai anziano, guardando le colline di Dola, disse: “Mi dispiace di non essere rimasto a perire con i miei cari.”

La memoria che non muore

Nonostante la distruzione, la vita tornò lentamente a Piva. Oggi, a Dola, un memoriale con statue di bambini che si tengono per mano ricorda le vittime. Quei bambini rappresentano non solo le vite spezzate, ma anche la memoria che sopravvive. Il massacro di Dola non è solo una tragedia del passato, ma monito eterno. Perché la memoria è l’unica vera difesa contro l’oblio.