Gibilterra, la fine del mondo o l’inizio di tutto

Gibilterra è un luogo non-luogo, un rifugio senza tempo per sognatori, fuggitivi, idealisti mancati e nostalgici di ricordi mai esistiti. Sembra un controsenso. E probabilmente lo è.

Gibilterra è un angolo di mondo che ha tutta l’apparenza di avere scordato da qualche parte la sua identità. Ma è proprio questa, la sua bellezza. L’essere e il non essere di Amleto convivono qui all’interno della medesima personalità. La personalità di chi ha scelto di non scegliere, lasciando il passo al fluire della storia, con l’andirivieni delle sue genti e delle loro sorti. Il risultato? Una cacofonia – anzi, schizofrenia – di tradizioni, usi, costumi, sapori, odori, storie, natura, leggende e fonemi sconosciuti che emozionano al primo incontro. Non voglio qui sciorinarvi un didascalico elenco di imperdibili punti di interesse che in qualsiasi guida avrete l’onore di trovare. No. Qui cercherò di comunicarvi quella sensazione estraniante, stupefacente e costantemente messa in discussione che ho provato nel visitare questo lembo di terra malinconico e audace che fin dai tempi di Ulisse resiste alla furia delle correnti, ancorato con la sua mirabile rocca al resto del mondo, per misericordia degli Dei, troppo gentili o – molto più probabilmente – in altre faccende affaccendati.

Gibilterra. Salda colonna d’Ercole oltre la quale si estendeva, per gli antichi, l’ignoto. Per noi poveri moderni, è uno sperone roccioso che amoreggia con la sua dolce metà dirimpetto, oltre lo stretto: il Jebel Musa, già Marocco. Per i geografi, un territorio d’oltremare del Regno Unito. E per la Spagna, l’ultima – e ingombrante – colonia nel continente europeo. L’aria che si respira è quella secca andalusa, a volte mescolata con gli effluvi salmastri che salgono dalle remote profondità dell’oceano. Se si tende l’orecchio al vento, quando spira da sud, quasi pare di sentire il muezzin riportare i suoi fedeli alla preghiera, nella vicina terra marocchina. O forse è la voce che proviene dalla bianca moschea Ibrahim-al-Ibrahim, col suo bianco minareto sospeso nel cielo come uno scettro divino pronto alla sentenza. Appollaiata sulla nuda pietra della costa, prima del grande balzo, la si potrebbe quasi confondere con la snella torre del faro, se non fosse per quelle spesse righe rosse visibili anche a distanze siderali e chiamate a vegliare, giorno e notte, sui richiami delle sirene senza più voce e sull’errare di navigatori distratti tra le spume delle notti più tempestose. Le stesse notti consolatrici di instancabili bevitori che, tra un fried bacon e una jacked-potato, tracannano birra triplo malto nei vecchi pub della città, quelli che ancora odorano di legno appena tagliato e di verdi prati delle Midlands.

Gibilterra. E se per caso vi accadesse di sentir parlare una lingua strana? Che sembra inglese ma non è spagnolo, condita con bislacchi accenti portoghesi, liguri e un po’ maltesi? Sappiate che state ascoltando il terzo idioma di Gibilterra, un dialetto creolo che porta il nome di Llanito. Possiede, in realtà, persino qualche sillaba qua e là di ebraico. È evidente che la fervida comunità dei Figli di Israele, che a Gibilterra vive dai tempi dei visigoti, non ha mancato di lasciare il suo indelebile e riconoscibile segno. Mi trovavo qui durante il Rosh haShana, il capodanno degli ebrei, e ho avuto il privilegio di ascoltare in presa diretta il sublime suono dello shofar, il corno d’ariete che risveglia dal torpore il popolo ebraico per ricordargli che è in arrivo il temuto giorno del giudizio. Il giorno del giudizio non è – ovviamente – arrivato, ma a presentarsi all’appello, come un esercito pronto alla battaglia, sono state miriadi di bertucce, balorde scimmiette che non vedono l’ora di farvi dispetti e rubarvi il panino. Se ne era spudoratamente infilata una nella mia macchina e non c’è stato verso di farla scendere, se non a suon di cibo. Bisogna trattarli con cura, questi piccoli macachi, altrimenti per l’emozione si urinano addosso, con buona pace dei vostri sedili. Ad ogni modo, potrete vederle gironzolare per le vie con la stessa disinvoltura dei gatti randagi da noi. Si dice che siano arrivate dall’Africa attraverso un misterioso canale di 24 km – che nessuno ha però mai visto – e che corre proprio sotto lo stretto. Ma di canali, grotte e passaggi, a Gibilterra, ci sono soltanto quelli utilizzati dalle truppe inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Gibilterra. Tutto il resto è mito. Inclusa l’iconica immagine di John Lennon e Yoko Ono in versione just married e in abito bianco, come due gabbiani pronti a spiccare il volo. Era il 20 marzo 1969.

Geolocalizzazione del luogo in cui John Lennon e Yoko Ono si fecero fotografare

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